Victoria

These are my last words.
At least they were, before I wrote these.

On the other hand I am already dead: a dead man who thinks,
and writes.

This is my last breath.

This.

THIS!

I still do not die,
the curtain still does not rise,
still breathe.

What a bang.

A whole life, infinite, stands still around and in front of me.

But I have already finished the accounts, the box is closed.

Once again I open the envelope and add more moments, faces, smiles.

Counting again.

Wait, the bell rings, a new customer arrives.

Will he bring gold and riches,
wind or storm?

He smiles at me and I extend my hand.

“Let’s sit down to drink, don’t you smoke?
Ahahahaha! That one, yes, it was a night “.

Then my friend died. So it was only me, alone, getting drunk and throwing up words in a language that only he and I kept alive.

I can still see the soldiers parading at the mall

loads of weapons and hate.

No.

Loads of nothing and boredom.

No.

I am surrounded by nothing.

If only I could blow up my bones,
then yes, I would be reunited with nothingness.

But I’m still swimming with big strokes. Great is the effort, I try not to breathe all this air.

Tight at the neck, the tie knot suffocates me, wet clothes are quicksand.

Now I gonna cut the rope: I’ll let drop all the mannequins that followed me in the climb.

The blade rubs on the rope, again
again,
again.

TAC!

I fall!

Damn gravity, everything turned upside down.

I had certainties, I was sure me was myself.

God, what did I do, I killed my innocent soul.

I’ll have to make myself up, or build an alibi.

Perhaps a lawyer would be useful.

BAM!

The hearing is removed,
guilty,

hanging!

Another rope, another cut.

I lose my breath, I come back to the surface.

Is that a beach, far away?

The sight is sharp, but the wind blows the thin sand of time straight on my irises, already surrounded by a halo of blood.

Land!

I thought I was dead, but they came to my aid.

No! No!

They shoot me from the top of their sails, with their sparkling rifles.

It’s the end. Closed in a cage I am a storyteller.

I’m already a great classic,
a museum piece.

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Vittoria

Queste sono le mie ultime parole.
Almeno lo erano, prima che scrivessi queste.

D’altro canto sono già morto: un morto che pensa,
e scrive.

Questo è il mio ultimo respiro.

Questo.

QUESTO!

Ancora non muoio,
ancora non s’alza il sipario,
ancora respiro.

Che sbatta.

Un’intera vita, infinita, si staglia ancora intorno e davanti a me.

Ma io ho già finito di fare i conti, la cassa è chiusa.

Ancora una volta apro la busta e aggiungo altri istanti, visi, sorrisi.

Conteggio di nuovo.

Aspetta, suona il campanello, un nuovo avventore arriva.

Porterà oro e ricchezze,
vento o tempesta?

Mi sorride ed io gli porgo la mano.

“Sediamo a bere, non fumi?
Ahahahaha quella si, è stata una notte”.

Poi il mio amico morì. Fu così che rimasi solo ad ubriacarmi e a vomitare parole in una lingua che solo lui ed io tenevamo in vita.

Ancora vedo sfilare i soldati al centro commerciale

carichi di armi ed odio.

No.

Carichi di nulla e noia.

No.

Sono io a circondarmi di nulla.

Se solo potessi fare esplodere le mie ossa,
allora sì, sarei ricongiunto al vuoto.

Ma ancora nuoto a grandi bracciate, grande è lo sforzo, cerco di non respirare tutta quest’aria.

Stretto al collo, il nodo della cravatta mi soffoca, i vestiti bagnati sono sabbie mobili.

Ora taglio la corda: lascio cadere tutti i manichini che mi hanno seguito nella scalata.

La lama sfrega sulla fune, ancora
ancora,
ancora.

TAC!

Cado!

Dannata gravità, mi si è ribaltato tutto.

Avevo certezze, io ero sicuro d’essere io.

Dio, cos’ho fatto: ho ucciso la mia anima innocente.

Dovrò costituirmi, o costruirmi un alibi.

Forse un avvocato sarebbe utile.

BAM!

L’udienza è tolta,

colpevole,

impiccagione!

Un’altra corda, un altro taglio.

Perdo il respiro, torno a galla.

È forse una spiaggia, là, lontana?

Aguzzo la vista, ma il vento soffia la sottile sabbia del tempo dritto sulla mie iridi, già circondate da un alone di sangue.

Terra!

Pensavo d’essere spacciato, ma sono accorsi in mio aiuto.

No! No!

Mi sparano, dall’alto delle loro vele, con i loro fucili scintillanti.

È la fine.

Chiuso in gabbia faccio il cantastorie.

Sono già un grande classico,
un pezzo da museo.

Down the rabbit hole

Slowly shifting

to unshaped entity

mentally unattached

to the easy path

pinching life

in small sequencies

rebuilding them

repeating “I’m tough”

laugh with me

of me

can’t we stop

laughing at all

a minute of silence

is what we de-

                  -serve

 them well and

let them cheer you

feeding on you

but don’t blame

who cannot go through

a whole lake of

mud and awfulness 

emptiness fills us

with shades

and memories

old theories

all gone

done is the time

I have only myself

to blame

for throwing this life

away

may I see you

once again

before I forget

what I am-

                  -waiting for

will you wait

for me

so we can meet

where you can see

how wicked it was

to follow me

when I don’t know

what year this is

which reality

I’ve been living in.

 

20131206_135825-03

Vivere e ridere

Non ho più tempo

da sprecare indossando scarpe.

I piedi nudi,

nella terra bagnata,

sulle rocce

taglienti, taglienti

come il vento

freddo sulla nuda pelle.

 

Non ho più tempo

di vestire

la mia anima

con le tue paure,

disavventure

a cui voli incontro,

correndo per fuggire.

 

Non hai più tempo

da perdere ad osservare

il mare,

a respirare,

a guardarti negli occhi,

a stare male.

 

Non ho che tempo

da donare a me stesso,

ad un sasso.

Spesso strato, come corteccia,

tra i piedi e la roccia.

 

Non c’è più tempo

per vivere

e ridere.

 

Vuoto dolore,
esistenza insapore,

perduto

candore
mai avuto

 

tempo.

 

Lampo.

Precario equilibrio

Srotolo lunghe lingue

sgocciolanti saliva schiumosa

su attimi timorosi d’attesa

inaspettata tregua di tempi

più pieni di pavide noie

evolute in sonno di corpo

e mente.

Mente sempre

dal basso del suo abisso

coperto da grate su cui acrobati

precario equilibrio trovato passeggiano persi

nella tetra temerarietà di sguardi

volti alla voragine di un cielo notturno

entro il quale lesti pipistrelli

liberi lascian correre vibrazioni

oniriche giungono al mio orecchio

incapace di coglierle lasciando

spazio da riempire con idee

destabilizzate da doveri distruttivi

lontane da quella che

sotto il sole

sornione

che nel cielo sputa schiaffi

riverberanti in un cunicolo di specchi

rivolti a se stessi

a chiudere spazi infiniti

nel loro vuoto

risulta essere la comune realtà.

Lune elettriche

Lune elettriche

e nuvole,

buie

di oscuro acciaio

in ancor più nero

cielo.

Luci dalle autostrade,

dai parcheggi vuoti.

Luci dai lampioni,

sui bidoni, della spazzatura.

Luce nei parchi,

lungo i vicoli,

Pensieri

più neri

del buio,

sull’asfalto.

Lune elettriche.

Dune di deserti

di calcestruzzo,

di mattoni.

Gialle lune,

luminose,

lucenti

leggiadre, lune.

Sempre buia

la notte,

sulla campagna

nella palude

nella foresta,

dietro la montagna.

Tempo

Cresce l’edera

stringendo le travi.

Lanterna aperta

dondola nel vento.

Lento l’intonaco

si sgretola.

Scricchiola

legno

sotto la sua forza.

Smorzata, fiamma

si piega

al suo volere.

Resta nuda

la pietra

alla sua caduta.